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venerdì 2 marzo 2012

Demotruffa.

Si snatura la democrazia facendo dimenticare che essa è una forma di regime politico, prima che una forma di società. Si snatura la democrazia presentando come democratici tratti di società – come la ricerca d'una crescita illimitata di beni e merci – inerenti invece alla logica dell'economia capitalista: «democratizzare» significherebbe produrre e vendere a ceti sempre più larghi prodotti dal forte valore aggiunto. Si snatura la democrazia favorendo condizioni per il caos istituzionalizzato, reso sacro come solo ordine possibile, come esito di una necessità storica davanti alla quale ognuno, per «realismo» («il buon senso delle canaglie», lo chiamava Bernanos), dovrebbe piegarsi... L'ideale della governance, il modo di rendere non democratica la società senza affrontare la democrazia: senza sopprimerla formalmente, si lavora a un sistema di governo senza popolo. Se del caso, contro. (Alain De Benoist  "Uso e abuso della democrazia", "Il Giornale", 17 agosto 2008).

giovedì 2 febbraio 2012

Decadenza

L'uomo è condannato a progredire, a compiere ogni sforzo per dominare le forze della natura, a introdurre nella sua vita quotidiana elementi di civiltà, a organizzarsi politicamente per poter vivere e sviluppare le proprie attività  con il sempre più ampio  uso della ragione. Ma questa somma di progressi è solo un lato della medaglia. L'altro lato consiste nella perdita dell'innocenza naturale, nel peggioramento dei costumi, nella strumentalizzazione del linguaggio ai danni dell'unità di sentimento e ragione. Pertanto il progresso produce decadenza. [R. Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, il Mulino, Bologna, pp.65-66]

sabato 28 gennaio 2012

La civiltà capitalistica...

La civiltà capitalistica è razionalista e "antieroica". I due termini sono inscindibili. Il successo nell'industria e nel commercio presuppone una quantità di doti personali, ma l'attività industriale e commerciale è per natura aliena dall'eroico in senso cavalleresco - non pompa d'armi scintillanti, non molto coraggio fisico, nessuna prospettiva di lanciarsi  a briglia sciolta contro il nemico - e, negli uffici fra le colonne di cifre, l'ideologia che esalta il combattimento per il combattimento e la vittoria per la vittoria inevitabilmente appassisce. 
Perciò, possedendo beni che possono attrarre il ladro o l'agente del fisco, e non condividendo o addirittura disprezzando l'ideologia guerriera che contrasta col suo utilitarismo "razionalistico", la borghesia industriale e commerciale è fondamentalmente pacifista e portata a invocare l'applicazione dei precetti morali della vita privata ai rapporti internazionali. [...] Il pacifismo moderno e l'etica internazionale moderna sono tuttavia prodotti del capitalismo. [...] non si vuol negare con ciò che molte borghesie abbiano combattuto energiche battaglie per il proprio focolare, nè che quasi tutte le repubbliche puramente borghesi siano state aggressive ogni volta che ritennero vantaggioso esserlo, nè che nessuna borghesia abbia mai sgradito i profitti di guerra e i vantaggi commerciali derivanti dalla conquista, o rifiutato di prendere lezioni di nazionalismo guerriero dai suoi maestri o dirigenti feudali o dalla propaganda di gruppi specialmente interessati. Quello che sostengo è che: 1) che questi casi di combattività capitalistica non si possono spiegare esclusivamente o in primo luogo (come ha fatto il marxismo), in termini di interessi  o di situazioni di classe che generino sistematicamente guerre capitalistiche di aggressione e di conquista; 2) che altro è fare ciò che si considera il proprio compito normale e quotidiano, ciò a cui ci si prepara nelle ore di lavoro e di svago e in funzione di cui si definisce il proprio successo o insuccesso, altro è fare ciò che non è nella propria linea, che non rientra nel proprio lavoro e nella propria mentalità normali, e che in caso di successo, aumenta il prestigio della più antiborghese delle professioni; 3) che questa differenza parla- nelle faccende internazionali come in quelle interne- contro l'uso della forza militare a favore di componimenti pacifici anche laddove la bilancia dei vantaggi pecuniari pende chiaramente dal lato della guerra (cosa che nel mondo moderno non è, in genere, molto probabile). In realtà, più la struttura e l'atteggiamento di una nazione sono integralmente capitalistici, più essa si rivela pacifista e incline a calcolare  i costi della guerra. Data la natura complessa di ogni caso singolo, solo un'analisi storica minuta dimostrerebbe quest'affermazione; ma l'atteggiamento borghese verso gli eserciti stanziali, lo spirito in cui e i metodi con cui le società borghesi muovono guerra e la disposizione ad accettare, in casi seri di ostilità prolungate, norme non-borghesi, sono di per sè conclusivi. Perciò la teoria marxista che l'imperialismo rappresenti l'ultimo stadio della evoluzione capitalistica non regge anche indipendentemente da obiezioni di carattere economico. (J.A. Schumpeter, Capitalismo socialismo democrazia, Etas Kompass, Milano 1964, pp 123-124.)

lunedì 23 gennaio 2012

Il mito attivistico immesso dal futurismo, come già dal sindacalismo rivoluzionario, e, in seguito, dall'arditismo combattentistico, come pure il "giovanilismo" elevato ad ideologema paradigmatico, costituiscono il lato esteriore di una convinzione inizialmente  partita come "slancio vitale", pathos dell'azione, emotività,  sistematizzate in ideologia soltanto a posteriori. Nel fascismo confluiscono in verità due tipi di rivolta contro il mondo borghese, di cui una, quella più propriamente filosofica, corrisponde alla visuale "tradizionalista", antimoderna, elitaria; l'altra, più genuinamente politica, è appunto una rivolta che è possibile definire correttamente come "rivoluzionaria". Tradizione e progresso, in questo senso, ma ognuno su un piano proprio e diverso, convivono nel fascismo, ne costituiscono ugualmente la sostanza, anche se in intensità  differente e  con significati ultimi anche opposti. (L.L. Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al congresso di Verona,  Settimo Sigillo, Roma 1989)

sabato 21 gennaio 2012

This is RIVOLUZIONE CONSERVATRICE, baby...

Il concetto della mobilitazione totale mette in crisi la libertà, assunta come valore politico fine a se stesso. Jünger, come già Nietzsche, non crede nella libertà per la libertà, e cita quella frase di Zaratustra dove si dice che l’importante non è essere liberi da qualcosa, ma per qualcosa.
Il problema del nostro tempo, dopo che il liberalismo ha innalzato sugli altari una libertà priva di contenuto – e che altro non era se non la mitologizzazione dell’economia di mercato – è quello di ritrovare un’anima positiva alla libertà. La guerra incide sull’idea di libertà creando un nuovo tipo umano per il quale la libertà «non è più il principio per la formazione di un’esistenza a sé, ma consiste nel grado in cui l’esistenza del singolo si esprime nella totalità del mondo in cui è inserito». (Correnti politiche e ideologiche della destra tedesca dal 1918 al 1932, Edizioni L’Italiano, 1981)